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Otto padiglioni, oltre 130.000 metri quadri di spazio espositivo; più di 3100 aziende alimentari presenti; un’affluenza di 82.000 visitatori; circa 1300 nuovi prodotti presentati ai più di 1000 giornalisti accorsi. Numeri da far girare la testa, se li si contano immaginando la mole di utenti presenti alla 19^ edizione del Cibus di Parma. Numeri che disorientano, se li si osserva da lontano, misurandoli in strette di mano e accordi economici conclusi.

A circa un mese dal termine, anche quest’anno l’evento chiave dell’agroalimentare italiano ha consolidato i rapporti con i buyers esteri che, come ogni biennio, sono accorsi numerosi a misurare il “Taste” del Made in Italy. Un’esplorazione a 360° dell’intero comparto food, passando dalle catene di distribuzione dei market alle più note aziende del settore, attraverso un viaggio sensoriale nel gusto da conoscere e reinterpretare nella contemporaneità. E poi ancora show cooking, workshop, giochi e un’incredibile sensazione d’esser seduti tutti alla stessa tavola. Da Nord a Sud del Paese, passando dalle farine raffinate per polenta ai migliori pistacchi della Sicilia.

La digitalizzazione dei mercati ha sì posto condizioni prima impensabili per distribuire o, semplicemente, presentare ad un pubblico più vasto il proprio prodotto, ma è altrettanto vero che questa espansione dei mercati ha contribuito a creare una competizione ancora più serrata tra gli addetti ai lavori.

Come la storia insegna, non c’è un prodotto venduto che non abbia necessità di una veste cucita su misura e che possa raccontare al meglio il suo percorso. Da decenni, la comunicazione pubblicitaria costruisce la grandezza di un prodotto, determinando il suo valore sulla base di parole chiave e immagini che rimbalzano tutt’ora nella nostra testa.

Noi di Factory siamo partiti come la Tabula rasa di Pinker. Svuotati di ogni preconcetto, siamo saliti in auto e abbiamo iniziato a macinare chilometri in direzione Parma, immaginando a cosa saremmo andati incontro, che ruolo avremmo potuto avere, e se effettivamente potesse confermarsi come un’expo internazionale dal quale uscire stravolti. Dall’autostrada, imboccata la Pianura padana, avevamo ormai maturato la nostra idea sull’evento e non aspettavamo altro che esser lì.

Siamo entrati al Cibus l’indomani, dopo una lunga coda che già dalle 8 del mattino asserragliava i cancelli dell’area fiera, e con sommessa onestà siamo riusciti a parcheggiare a circa 5 metri dai tornelli di ingresso.

Quando si accede in un padiglione del Cibus, la sensazione calda dei profumi dei prodotti esposti avvolge come una coperta, risvegliando i sensi più di una sveglia elettronica fissata sullo smartphone. Subito si viene rapiti dai colori e dall’entusiasmo di visitatori ed espositori, ed il tour vero e proprio inizia già con gli occhi che iniziano a rincorrere i prodotti esposti lungo le direttrici che attraversano gli stand all’interno del padiglione. Un labirinto di formaggi e salumi provenienti da tutto il territorio nazionale che disorienta quando li immaginiamo sulle nostre tavole, figurarsi ad averceli così, tutti davanti a noi, pronti all’uso.

Recuperata la coscienza che immediatamente ci aveva abbandonati per correre ad assaggiare un caciocavallo irpino, iniziamo il nostro tour studiando la distribuzione degli spazi, la caratura degli stand, l’armoniosità con il quale si può viaggiare all’interno dell’area Fiere, ma soprattutto punzecchiando di tanto in tanto quei taglieri carichi di affettati da provare ed esposti con cura sui banconi.

Quanto un prodotto sia più o meno convincente rispetto a un altro è, al di fuori della logica qualitativa, un lavoro di veste e racconto che negli anni è stato creato e promosso. Ma quanto spazio la comunicazione può prendersi rispetto alla qualità di un prodotto? A questa domanda abbiamo trovato risposta solo dopo aver ultimato gli oltre 33mila passi all’interno degli otto padiglioni: ha a che fare con l’osservazione tangibile di strategie vincenti, che osserviamo quotidianamente con il nostro lavoro.

Chi sa raccontare, con qualità e passione, la storia che c’è dietro una produzione, sottolineandone il percorso che porta le materie prime a divenire prodotti finiti, grazie all’opera dell’industria del settore, saprà allora aprire la via che porta al successo. La comunicazione oggi è garante dell’intera filiera e, senza uno studio approfondito sull’intero universo comunicativo, si rischia di non rendere giustizia agli sforzi ed ai sacrifici degli operatori agroalimentari.

Fare impresa, oggi, significa strutturare sinergie che cooperino e assistano i propri mercati di riferimento, costruendo asset strategici per non allontanarsi dal processo evolutivo dell’industria 4.0, e la sfida più grande dell’intero settore è senz’altro quella di riuscire a coinvolgere tutti: dai lavoratori della terra ai consumatori finali, passando per i grandi chef e la grande distribuzione.

In questo quadro economico e sociale, appare chiaro come il Cibus di Parma, ed eventi di simile portata, rappresentino non soltanto il volano di sviluppo ma anche, e soprattutto, l’occasione per mettere in contatto ciascuna realtà lavorativa, creando così le condizioni ottimali per contribuire alla crescita di ogni piccola, media e grande azienda alimentare.

L’appuntamento è già fissato alla 20^ edizione, dall’11 al 14 maggio 2020. Non resta che prepararsi.

Emanuele Repola

Emanuele Repola

I cinque elementi. Il sale della terra. Il caotico sviluppo dell'universo. Un granello di sabbia. L'aria che smuove le piante e un involucro di pelle che lega molecole scomposte. Un giorno di giugno. Il caldo d'estate. Una lente puntata

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